Come curo

Psicofarmaci

Già all'antica Grecia, il pharmakon  era considerato uno strumento potente.

Non voglio discutere quanto siano più o meno efficaci gli psicofarmaci da un punto di vista chimico.
Voglio esprimere il mio parere sull'uso di questi farmaci in associazione a una psicoterapia.
Esaminiamo alcuni casi.

Molti si rivolgono a uno psichiatra perché vogliono una cura e l'unica cura per loro sono i farmaci. Qualunque cosa si dica o si faccia ha poco valore se non si compila una bella ricetta.

Altri rifiutano decisamente gli psicofarmaci perché credono che poi non potrebbero più farne a meno. Temono di diventare dipendenti. Il farmaco è considerato uno strumento potente al pari di una droga da cui sarebbe difficile liberarsi.

Poi ci sono quelli convintiche il ricorso a un farmaco potrebbe indurre  cambiamenti radicali : non sarebbero più gli stessi, si appiattirebbero, andrebbero incontro a trasformazioni inaccettabili.

Altri ancora guardano ai farmaci con noncuranza, non credono che possano cambiare né in meglio né in peggio la loro situazione.

Sia i primi che i secondi  considerano il farmaco uno strumento potente che può indurre effetti notevoli: la guarigione per i primi, trasformazioni profonde per i secondi.

Perché non sfruttare queste convinzioni a scopi terapeutici?

Dei primi fa parte un paziente che aveva problemi di binge eating notturno da un paio d'anni. Gli ho "venduto" un antidepressivo  a basse dosi descrivendone gli effetti  in modo piuttosto fantasioso. Mi ha telefonato dopo un mese per dirmi che dopo il nostro incontro si era alzato solo una notte per mangiare e poi non gli era più successo. A distanza di più di un anno, il sintomo non si è più ripresentato e gli ho dimezzato la dose già bassa.
Dei secondi fa parte una giovane donna che soffriva tra le altre cose di disturbi psicosomatici. Alla fine si è convinta: prima ancora che iniziasse la cura, il problema era già risolto. Davvero potente: basta comprare una confezione e già fa effetto!

Un uso spesso efficace del farmaco è proporlo come la spinta che ci vuole per rimettersi in moto. Poco, perché altrimenti la spinta sarebbe troppo forte e ostacolerebbe il processo di guarigione.